Menu principale:
Varie > Libri
Arzachena nei libri
L’ Ospitalità in Gallura
(444 pagine)
(Accoglienza nel mondo contadino
del visitatore sconosciuto).
È soprattutto la storia della carità dei
nostri nonni, dei nostri genitori.
Forse ci aiuterà, in questo tempo di
disorientamento culturale e spiri-
tuale, a riscoprire quell’eredità, na-
ta dall’amore di Dio, che essi ci
hanno consegnato. Un augurio sin-
cero: che quella loro straordinaria
testimonianza ci possa contagiare.
In distribuzione dal 7 Marzo 2011
Per chi è interessato ai libri scritti da Don Francesco Cossu:
Residendi ad Arzachena:
Rivolgersi alla segreteria della parrocchia ( c/o salone Parrocchiale - Via Tenente Sanna 07021 Arzachena OT )
Non residenti ad Arzachena:
Contattare il tel. 0789 / 81329 per concordare l'eventuale spedizione a chi abita fuori Arzachena.
-------------------------------------------------------------------------------------°°°oOo°°°-------------------------------------------------------------------------------------
GIACOMO TECLEME E MARIA SPANU
1926 -2002___________________1928 - 1992
___
Giacomo Tecleme.________Maria Spanu.
Paola Tecleme (1951), figlia di Giacomo e di Maria Spanu così ricorda i
suoi genitori:
“Babbo ha prestato servizio nella cantoniera di Bilianu Saldu, di Carrabinu
e poi nella cantoniera di Fungoni a Calangianus.
Tante le persone che scendevano dal treno o arrivavano per prenderlo.
Tutti venivano invitati ad entrare in casa, a bere almeno un bicchiere d’ac-
qua durante l’estate, a scaldarsi durante l’inverno.
Erano invitati a pranzo anche i compagni di lavoro che venivano da altri
paesi, gli operai, gli elettricisti, ed i muratori che venivano da fuori.
Babbo portava a casa soprattutto i macchinisti, bloccati a Palau per la sosta
obbligatoria dei treni durante le feste comandate, a Natale ed a Pasqua e
trascorrevano le feste con noi.
Nella cantoniera di Carrabinu scendevano anche i ragazzi che frequentava-
no la scuola rurale di Surrau.
Quando pioveva e s’ingrossavano i fiumi alcuni alunni si fermavano a casa
anche per due o tre giorni, come successe a Francesco ed Angelo Cillanu.
Del periodo trascorso nella cantoniera di Fungoni a Calangianus ricordo un
episodio particolare.
Eravamo negli anni 1970 -71
Un sabato d’inverno scese alla stazione ferroviaria di Luras un uomo intiriz-
zito dal freddo.
Era il signor Simini, diretto a Calangianus, dove il giorno seguente avrebbe
dovuto dirigere la partita di calcio tra la squadra locale ed un’altra ospite.
Mio padre lo invitò ad entrare in casa e lo presentò a mamma:
“Ha freddo e fame!”.
“Ma io devo mangiare poco – soggiunse l’ospite - e solo un cibo speciale”.
Dopo tanta insistenza accettò di mangiare e babbo aggiunse:
“La notte la trascorrerete con noi!”.
Dopo aver diretto la partita, babbo lo riaccompagnò ancora a casa, dove
cenò e passò la notte.
L’indomani alle cinque del mattino partì.
Scrisse tante volte per ringraziarci ed in seguito venne a casa con la sua
famiglia.
Anche durante la sua ultima malattia, babbo, ormai vedovo ed incapace
ormai di parlare, cercava di farci capire che bisognava invitare, a pranzo o
a cena, gli ospiti che venivano a trovarlo.
È stata, per noi tutti, un’esperienza bellissima!
Brano tratto dal libro di Don Francesco Cossu " L'ospitalità in Gallura "
-------------------------------------------------------------------------------------°°°oOo°°°-------------------------------------------------------------------------------------
GIOVANNI MARIA CARTA, NOTO GHJUANNI SCALMENTU
1918 - 1975
Ghjuanni Scalmentu.
Era forte e robusto e perciò ripeteva spesso:
“Un pugnu e n’ammazzu centu”.
Aveva delle battute mordaci che lasciavano il segno, ma non accettava mai
di parlare male dei morti.
“I morti non si toccano”.
Era sempre presente nelle veglie funebri.
Durante una veglia funebre, diede uno schiaffo ad un individuo che lo invi-
tava a raccontare un episodio spiacevole avvenuto nel passato tra lui ed una
persona ormai defunta, affermando:
“Li molti no’ si toccani”.
Non si permise mai di mancare di rispetto alle persone che avevano qual-
che difetto fisico o morale, perché
“Cu li passoni sfultunati – diceva – no’ si de’ burrulà”.
Si sentì molto onorato quando accompagnai il vescovo, Mons. Urru, nella
sua casa durante una sua visita ad Arzachena. Era fornita, oltre agli arnesi
del suo mestiere, di recipienti pieni di olive, olio, vino.
Ci offrì del vino bianco ed in seguito non permise ad alcuno che si sedesse
nella sedia ove si era seduto il vescovo.
Aveva una memoria eccezionale.
Abile potatore, sempre in viaggio per le campagne e gli stazzi della Gallura,
con bisaccia, “parèa, folbici, tre sarracchi”, da lui chiamati, “Sciangai mannu,
sciangai mizzanu e sciangai minori”.
Innestava le piante di pero selvatico che incontrava in tutte le strade che
percorreva e diceva:
“Cussì, si passa calche altu disgraziatu com’e me, si magnarà calche piru”.
Aveva delle risposte felici e pertinenti, spesso in rima, per tutte le situazioni.
I carabinieri lo videro passare davanti alla caserma, allora in via Marconi, e
gli chiesero:
“Tu se’ Ghjuanni Scalmentu?”
E Ghjuanni, imitando Petr’Alluttu, tempestivo:
“Ni falia la caselma e voi indrentu”.
Capitò a Lu Stazzu ’Ecchju ove si riunivano i ragazzi per la scuola.
Un ragazzo della zona lo presentò ai compagni:
“È Ghjuanni Scalmentu!”.
E Lui:
“Prima racconta li toi li scalmenti e poi li di l’alti!”
Ad un ragazzo di Luogosanto che lo insultava, disse:
“Di’, mascè, o se’ olfanu o babbu toiu è in galera!”.
Un altro ragazzo, mentre Ghjuanni sta andando verso Battistoni, avverte la
nonna:
“È passendi Ghjuanni Scalmentu!”.
La vecchia si avvicina alla strada e dice:
“Ti’ulìa cunniscì!”.
“Bon giorno, zia mea!”.
“Tu se’ Ghjuanni Scalmentu?”.
“Lu Scalmentu sìati ’oi, di li ’ostri e di l’angeni!”
E la nonna:
“Ghjà se’ propriu tu, lu mè fiddholu”.
Durante le elezioni tutti siamo importanti per il voto.
Un noto signore di Arzachena lo rincorse per chiedergli il voto
Si sentì chiamare ripetutamente:
“O Ghjuanni! O Ghjuanni! O Ghjuanni Scalmentu!”.
Al terzo richiamo, Ghjuanni si girò e gli disse:
“Voi seti ziu Ghjuanni di la bruttea? Eppuru in chisti dì, seti accapitendi straccio-
ni da lu muntinagghju!”.
Tutti citavano frasi di li “Passoni mintuati”, e Ghjuanni ricordò, giusta-
mente, che anche i santi hanno i loro limiti:
“Ancora iddhi sarani stati com’e l’alti”.
Un giorno arrivò nello stazzo di ziu Simpliziu Fresi con le scarpe a tracolla.
Ziu Simpliziu lo rimproverò:
“Torra sculzu sei ’inutu’?”.
Ed egli: “Ma li calzari so’ noi!”.
Un noto signore di Arzachena rimproverò Ghjuanni perché si puliva il naso
con le mani e buttava per terra il moccio.
“Pal chi no’ ti puli lu nasu cu lu pannuzzu?”.
E Ghjuanni:
“Palchì no’ socu avaru com’e voi chi v’addhucheti in busciaccara puru lu muzzicu”.
Quando gli chiedevano quanti anni avesse, rispondeva sempre:
“Socu più cioanu di mamma”.
Un amico gli chiese il suo parere sulla bontà del concime che aveva comprato.
Ghjuanni gli suggerì:
“Assàgghjalu!”.
Due ragazzini, Giovanni e Luca Orecchioni, erano rimasti sorpresi che una
loro scrofa avesse partorito 17 maialetti, tutti maschi e dicevano, meravi-
gliati:
“Mancu una femina!”
Giovanni intervenne:
“Cosa seti dicendi? Un’alta ’olta, li pulceddhi vi’lli feti da pal voi, cussì vi’lli feti
misciati, masci e femini”.
Mentre tentava di legare un bue di Luca Orecchioni di Fummullocchj, lo
inseguì un cane, minacciando di morsicarlo.
Ghjuanni rimproverò il cane:
“Dì, masciu meu, magnati l’anchi di lu tò patronu!”.
Il padrone del cane si sentì offeso e lo rimproverò.
“Maladuccatu!”
E Ghjuanni, nuovamente:
“Maladuccatu se’ tu, chi ti polti un cani chi s’attacca a li piduli di li passoni chi si
faccini li fatti soi”.
Soltanto una volta Giovanni stesso riconobbe di essere stato superato da un
ragazzino di frati Capretta che incontrò in campagna, cavalcando un somaro.
“Bon giorno a tutti e dui – disse Ghjuanni Scalmentu, rivolto al ragazzo e
al suo asinello.
Poi continuò:
“E undi seti andendi?”.
“A taddhà alba pa’ tutt’ e tre”, gli rispose il ragazzo.
Brano tratto dal libro di Don Francesco Cossu " L'ospitalità in Gallura "
-------------------------------------------------------------------------------------°°°oOo°°°-------------------------------------------------------------------------------------
FRESI LUIGI, NOTO LAICU ROGLIA
1856 - 1896
Laicu Roglia, pur essendo nato nello stazzo di “Raica”, in agro di Telti, nel 1856, è da considerarsi a tutti gli effetti arzachenese perché, divenuto bandito, trovò rifugio nei vari stazzi delle campagne arzachenesi fra i Sangaino, i Rozzo, i Sotgiu, i Pileri, i Demuro, gli Azara a Pirazzolu, a Sarra Luchìa, a Lu Saraghinu, a Li Conchi, a Candela, La Conia…
La grande discussione che tutt’ora suscita tanto interesse in Gallura è la sua morte.
Ufficialmente Laicu Roglia è stato ucciso in un conflitto a fuoco dalle forze dell’ordine, come i banditi famosi, mettendo in evidenza il valore e le capa cità dell’arma dei carabinieri.
Nell’opinione comune dei galluresi, invece, Laicu Roglia è considerato un bandito speciale, il classico bandito “d’onore”, “il cavaliere cortese”, il Robin Hood gallurese.
Costretto, per la latitanza dello Stato, a farsi giustizia da solo, commise il suo primo fatale omicidio per vendetta, uccidendo Tommaso Marino che aveva attentato alla vita di suo fratello.
Uomo d’onore
Laicu Roglia non si ricorda per le efferate imprese brigantesche, ma proprio come una figura sociale che scelse il compito di mettere le paci e fare osservare le leggi, i contratti e la parola data.
Durante la sua latitanza quasi tutti i pastori della Bassa Gallura lo ospitarono e Lui ricambiava l’ospitalità proteggendoli contro i soprusi e facendo da paciere tra le varie famiglie.
Ad Arzachena frequentava le famiglie di Antonio Filigheddu di Li Conchi e di Stefano Demuro, vicini di casa, ma, per motivi di pascolo, accerrimi nemici. All’insaputa l’uno dell’altro chiesero a Laicu Roglia, dietro compenso di 100 scudi, di uccidere il proprio nemico.
Laicu Roglia promise che avrebbe compiuto la commissione e diede a tutti e due appuntamento per la stessa ora dello stesso giorno, nello stazzo di Li Conchi. Il giorno fissato per l’esecuzione, vedendoseli tutti e due davanti, ordinò che si riconciliassero senza riserve, diversamente, poiché era stato pagato, li avrebbe uccisi tutti e due.
Con la minaccia dell’arma li obbligò a riconciliarsi e da galantuomo restituì ad entrambi il denaro ricevuto per la macabra missione.
I due si abbracciarono e dopo alcuni anni si celebrò il matrimonio tra Nicoletta Demuro, figlia di Stefano e Giovanni Filigheddu, figlio di Antonio.
Da buon gallurese, Laicu andava anche a ballare negli stazzi, ma sempre in compagnia di un altro bandito. Uno dei due faceva da palo per segnalare un eventuale arrivo dei carabinieri.
Un bandito, suo compagno, si era accordato col suonatore dell’organetto che avrebbe dovuto interrompere il suono quando la donna che voleva rapire si sarebbe trovata, ballando, vicino alla porta.
Il tentativo fallì e Laicu inseguì il bandito per punirlo.
Quando si rividero, lo rimproverò e si separò definitivamente perché non aveva osservato le regole dell’onore:
“Da ogghj - disse - dugnunu pa’ contu soiu”.
Pietruccia Mutzu (1909 - 2004) ricorda quanto gli raccontava il nonno, Giovanni Maria Isoni, che abitava a Chirialza, nelle campagne di Monti e che ospitò Laicu dopo lo scontro con i carabinieri a lu Palazzu.
Quando Laicu venne a sapere che un giovane, dopo tanti anni di fidanza- mento, aveva lasciato la fidanzata, Maria Murgia, andò a trovarlo e lo invitò a riprendere il dialogo con lei, minacciandolo che gli avrebbe mozzato un orecchio. Dopo una lunga conversazione non lo sfregiò, ma gli proibì di sposarsi finché non si fosse sposata la ex fidanzata. E dovette osservare la promessa.
A Candela
Laicu frequentò lo stazzo di Giovanni Maria Sotgiu, a Candela.
In casa del Sotgiu si recava ogni venerdì, all’imbrunire. La moglie di Giovanni Maria, Pietruccia Codina, per osservare l’astinenza dalle carni, gli preparava la cena con del formaggio e “casgiu furriatu”. Mangiava naturalmente da solo!
Prima di uscire dalla casa, chiedeva a Pietruccia:
“Figghjùla si vidi chissi colciareddhi” (= i carabinieri), ed usciva di casa quando Pietruccia lo riassicurava:
“Laicu, sta tranquillu; no’ c’è nisciunu”.
Sebastiano Sotgiu raccontò un incontro segreto che sarebbe avvenuto per la mediazione di comuni amici, tra Laicu Roglia ed un capitano dei carabinieri.
Il capitano, curioso di vedere e conoscere personalmente Laicu, avrebbe promesso che sarebbe arrivato solo e disarmato.
Mantenne la parola, ma rimase deluso perché pensava che il bandito fosse alto e robusto, mentre invece era basso e magro.
Laicu gli avrebbe risposto prontamente:
“L’onore può stare anche dentro una scatola di fiammiferi!”.
Pietruccia Codina (1873 – 1941) e Sebastiano Sotgiu, che lo ospitavano nello stazzo di Candela raccontavano che Laicu Roglia, a modo suo, era anche religioso. Portava sempre un rosario appeso al collo. E quando, camminando fra i cespugli gli si rompeva, se ne procurava un altro immediatamente.
“La Pastriccialedda”
Un altro stazzo dove il bandito si rifugiò, con la complicità dei pastori, fu “La Pastriccialedda”, descritto da Enrico Baravelli in Cronache della vecchia Gallura, da pagina 74 a pag. 78, ove racconta quanto gli capitò, quando “quasi ancora ragazzo” venne in Gallura.
“Una casetta bianca e solitaria, collocata come una vedetta in cima ad un colle verde, fra le vallate di Surrau ed il golfo di Arzachena” di proprietà dei Filigheddu – Casalloni.
Arrivammo allo stazzo “La Pastriccialedda” verso il tramonto. I padroni del luogo, che ci attendevano, ci accolsero con quella cordialità
semplice e schietta ch’è propria dei pastori di Gallura e si parlò subito di caccia.
Seppi così che il territorio era ricchissimo di pernici e, in modo particolare la regione di Punta Martino, proprio dove avrei dovuto recarmi il giorno dopo per dare inizio ai miei lavori.
Durante la cena, servita con dovizia di saporose vivande e di fragranti focacce, mi parve però di osservare nei padroni di casa un malcelato turbamento e non di rado mi accorsi di sorprendere frasi concitate, scambiate sottovoce, in un dialetto incomprensibile, che finirono per mettere un freno alla mia loquacità e al mio entusiasmo.
La spiegazione l’ebbi più tardi, al momento di andare a letto, da uno degli uomini di fatica che avevo reclutato sul posto. Commentavano la visita del famoso bandito Laicu Roglia che da un po’ di tempo batte queste contrade e che era qui, in questa stessa casa, al momento del mio arrivo.
L’inaspettata rivelazione, espressa così a bruciapelo, in quell’ora di notte, nella desolante solitudine dello stazzo sperduto, non mi fece piacere, tuttavia il pensiero della caccia ebbe il sopravvento e al bandito non ci pensai più.
La mattina dopo, precedendo i compagni di lavoro, parto che è ancora notte fonda e prima dell’alba raggiungo il pianoro di Punta Martino dove mi siedo al margine di un viottolo, nella speranza di sentire cantare le pernici.
Attendo ancora in silenzio, comprimendo l’impeto della passione e quando il giorno si è fatto e l’ora mi sembra propizia mi inoltro trepidante. Il cane, liberato del guinzaglio, si lancia furente attraverso un campo di vergini stoppie e poco dopo si arresta nella immobilità misteriosa della ferma. Con grande cautela e col cuore che mi batte in gola, faccio per accostarmi, ma le pernici non reggono e fuggono in branco serrato verso uno dei tanti aggruppamenti di rocce sconvolte.
Un attimo di terrore. La visione paurosa del bandito e le più impensate congetture si affollano in tumulto alla mente e, fra tutte ossessionante, il dubbio atroce di poter essere creduto un agente della forza pubblica travestito. Senza pensare, senza riuscire a dominarmi, forse sospinto da un repentino ed impetuoso ritorno delle ultime emozioni, mi volto smarrito in cerca di salvamento e guardo intorno nel gesto istintivo della fuga, ma l’uomo è già lì, um uomo gagliardo avvolto nel nero cappotto di orbace, col cappuccio
calato sugli occhi ed il fucile alla spalla che avanza deciso come se volesse precludermi ogni via di scampo.
“Che cosa fate quassù, solo, a quest’ora?”.
“Attendo i miei uomini che saranno qui fra poco e intanto vado in cerca di pernici”.
Sul volto fiero del bandito, nella chiusa cornice del cappuccio di orbace, passa l’ombra di un sorriso buono che mi rincuora. Egli deve aver letto nei miei occhi il turbamento che mi ha procurato e che esprime ora con inaspettata dolcezza.
“Sono molto dolente di non potervi accompagnare. Tuttavia di pernici ne potete trovare ovunque, anche senza la mia cooperazione e ovunque potete cacciare a vostro agio, liberamente perché in questi luoghi l’ospite è sacro…”.
Due giorni dopo, di ritorno allo stazzo, il vecchio padrone di casa mi prese paternamente per un braccio e mi condusse in fondo al prato, sotto l’olivastro solitario e lì, dopo avermi fatto giurare che non avrei tradito il segreto, mi disse con voce appena percettibile:
“Compare Laicu m’incarica di assicurarvi che non avrete nulla da temere. Egli vi prega di continuare con animo sereno nel vostro lavoro e di contare, quando occorresse, sulla sua vigile protezione” .
A Santu Paulu Calta.
Laicu frequentava anche Piccariddhinu, lo stazzo di Paolo Rozzo, a Santu Paulu Calta.
La nipote, Giovanna Maria Pitturru, ricorda quanto le diceva il nonno.
“Mio nonno tutte le notti lasciava sulla soglia della finestra di casa la cena per il bandito, mentre, quando notava nella zona la presenza dei carabinieri, accendeva una candela per avvisare Laicu del pericolo”.
A La Conia
Anche Lucia Asara, figlia di Stefano e di Corda Domenica, nata nel 1912, ricorda chiaramente quanto le raccontava la mamma.
I suoi genitori ebbero tra il 1891 ed il 1912 ben 10 figli: Pasqua Maria (1892); Nicola (1894); Mattea (1895); Angela (1896); Giovanni Maria (1897); Paolo (1898); Giovanni Battista (1900); Tommaso (1908); Antonio (1910); Lucia (1912).
Il bandito per alcuni mesi si rifugiò in una grotta di La Conia e frequentava il loro stazzo nella notte. Suo padre, Stefano, voleva che Laicu Roglia fosse padrino di un figlio.
Era convinto che il compare, in caso di necessità, l’avrebbe servito. La mamma di Lucia, invece, non era contenta di far battezzare un figlio daun bandito.
Secondo Lucia, Laicu fu padrino di una sua sorella. Secondo lei, il battesimo si sarebbe celebrato, per prudenza, in casa dei genitori e durante la notte.
Nel registro di battesimo della parrocchia di Arzachena tutti i figli di Stefano Asara e di Domenica Corda risultano battezzati dal parroco Giorgio Satta, mentre Paolo, nato ad Arzachena il 19 -11-1898, risulta battezzato il 22 novembre 1898 dal sacerdote Giovanni Mariotti, parroco di San Pantaleo, naturalmente autorizzato dal parroco di Arzachena.
Forse, Paolo, che risulta battezzato dal parroco di San Pantaleo con un solo padrino, ebbe come secondo padrino, proprio Luigi Fresi Roglia, anche se per prudenza non risulta ufficialmente trascritto nei registri parrocchiali.
Lucia racconta anche che i carabinieri, durante un assalto notturno, cerca rono di catturare il bandito nella grotta di La Conia.
Sicuri di averlo presto in mano, cominciarono a sparare e ad intimargli di arrendersi:
“Chista ’olta, Laicu Roglia, ti’lla ’idi mali!”.
Laicu rispondeva dall’interno della conca sparando e tirando dei sassi.
Quando cessò di sparare, i carabinieri pensarono di averlo ucciso ed entrarono nella grotta.
Laicu era riuscito a scappare da un secondo cuniculo che aveva la grotta, al lato opposto. Dopo quel fatto Laicu scomparve dalla zona.
A Lu Palazzu
Presso lo stazzo di Lu Palazzu avvenne il famoso conflitto di Laicu con i carabinieri e che ebbe una clamorosa risonanza in tutta la Gallura. Laicu Roglia, che si era rifugiato in una grotta sotto la montagna di Lu Sunadori, nei pressi dell’abitazione detta: Lu Palazzu, di Sebastiano Sangaino (noto Troccu), figlio di Giovannicu, il 27 febbraio 1885, la notte di mercoledì delle ceneri, venne accerchiato dalle forze dell’ordine.
La situazione era disperata!
Ovviamente i carabinieri gli intimarono di arrendersi e di uscire disarmato.
“Mi arrenderò”, rispose il bandito, quando la luna sarà dietro la montagna”, cioè al cadere delle tenebre
Dall’interno della grotta, Laicu continuava a lanciare sassi contro i carabinieri, oppure dava dei colpi alla roccia per ingannarli e costringerli a con-sumare le munizioni.
Durante il conflitto a fuoco rimase ucciso il carabiniere Francesco Pinna.
Gerolamo Scugugia, la spia dei carabinieri, temendo il peggio, gli gridò:
“Datti in manu, Laicu; arrenditi! È cumprita pal te!”.
Ma Laicu gli urlò:
“Cos’ài fattu?”.
Anche i carabinieri gli gridavano:
“Arrenditi!”
Ed egli rispondeva:
“Passeti addananzi!”.
Anche Sebastiano Sangaino, secondo il racconto che mi fece Santino Ragnedda, di Carrabinu, avrebbe tentato di convincerlo alla resa.
Portandosi in braccio il figlioletto Michele, gli avrebbe detto:
“Datti in manu, Laicu! Eu ’engu cu lu steddu in bracciu, cussì li carabinieri no’ ti sparani e no’ ti toccani!”.
Laicu, secondo il racconto del Ragnedda, gli avrebbe risposto:
“Bastianu, ghjà mi’ll’ài pripparata la notti!”.
Come tutti i banditi leggendari, era dotato di un’astuzia singolare e la usò anche in quella situazione, giocando il tutto per tutto.
Tenuto conto che l’arma in dotazione ai carabinieri di quel tempo era il fucile detto “a bacchetta”, con un solo colpo in canna, il bandito, poiché era ormai calata la luna, pensò di poter trarre in inganno i carabinieri, facendo sporgere dalla grotta un lungo bastone al quale aveva appeso il cappotto ed il cappello.
I carabinieri caddero nel tranello e scaricarono i loro fucili su quella che sembrava, alla scarsa luce delle stelle, la sagoma del bandito. In tal modo, il nostro Laicu, come aveva previsto, approfittando del momento in cui i carabinieri non avrebbero potuto sparargli addosso, con un balzo di quattro metri, riuscì a scappare. Al vicebrigadiere, Pietro Bastianello che gli si parò davanti, sparò una pistolettata rompendogli il femore. Si dileguò nella fitta boscaglia, con tanta giustificata fretta che divenne proverbiale “l’apprettu di Laicu Roglia i’lla conca”.
Sparì non prima di aver urlato all’uomo che aveva fatto la spia e che era sulla grotta incitandolo ad arrendersi, che l’avrebbe ucciso quanto prima.
Gerolamo Scugugia fu ucciso da Laicu mentre rientrava a casa a braccetto con la moglie Mariangela Orecchioni.
Nel registro di morte della parrocchia di Arzachena risulta che Gerolamo Scugugia fu ucciso il 20 luglio 1885, all’età di 42 anni, nell’ovile di Spridda.
Nella grotta che ancora porta il suo nome, si notano bene i fori prodotti dalle pallottole delle armi dei carabinieri. Il Roglia sospettò come complice della spiata anche il Michele Sangaino, che abitava nelle vicinanze della grotta.
“Poi pricà c’àgghju magnatu coccu in casa toia” – avrebbe detto il bandito a Michele.
Questi negò e volle dare al bandito un “ghjuramentu” per la sua estraneità al fatto.
Il Roglia l’accettò, ma non si fece più vedere nella zona.
A Montirutundu
Dopo lo scontro con i carabinieri a La Conca di lu Palazzu, si rifugiò in casa di Michele Pileri, a Montirutundu.
Vedendo entrare in cucina una donna, si coprì il volto con una mano per non essere riconosciuto. Quando poi seppe che era la sorella di Michele, si tranquillizzò e chiese un cavallo per guadare il torrente Cilciu, che in quei giorni era in piena.
La stessa notte chiese ospitalità in casa di Giovanni Maria Sanna. Come era solito, invece di bussare graffiò la porta. Era il suo segnale convenzionale. La moglie di Sanna chiamò il marito che gli aprì la porta e lo rifocillò.
Entrando in casa, il bandito disse a Giovanni Maria:
“Ancora chista ’olta mi’ll’àgghju salvata!”.
Manifestò il proposito di uccidere le due spie che avevano informato i carabinieri della sua presenza a Lu Palazzu, Gerolamo Scuguggia e Cosgiu Sanna.
“Cosgiu Sanna è nostru parenti e no’ de’ ammazzallu!”
Promise, allora, che avrebbe ucciso soltanto Gerolamo Scuguggia. Dopo la cena fuggì verso Telti.
La sua definitiva e misteriosa scomparsa
È opinione comune in tutta la Gallura che Laicu Roglia sia fuggito in America con l’aiuto di Battista Tamponi e di un certo Sanguinetti, grosso commerciante genovese, residente in Terranova ove aveva fatto fortuna. Il Sanguinetti avrebbe regalato al Roglia un fucile di marca. Dopo qualche anno il protettore, d’accordo con il capitano di un bastimento che viaggiava per Genova e trasportava merce per suo conto, avrebbe nascosto il bandito dentro una botte.
In precedenza era stato ucciso un mendicante e bruciato il suo cadavere, facendo credere a tutti che era quello di Laicu Roglia
Probabilmente uno stratagemma degli amici del bandito per coprire la sua fuga.
Ufficialmente Laicu risultò ucciso dai carabinieri in un conflitto a fuoco il 20 maggio1896.
Antonio Giovanni Sotgiu raccontava ai figli, Giovanna e Lorenzo, che lo zio Paolo Sotgiu e Giacomo Codina di Sant’Antonio di Gallura, recatisi in America “in cerca di fortuna”, avrebbero incontrato il bandito in un ristorante dove andavano frequentemente per pranzare. Laicu, sentendoli parlare in gallurese, si sarebbe avvicinato ai due ed avrebbe chiesto: “Dundi seti?”.
I due si fecero conoscere ed incuriositi, a loro volta, gli chiesero:
“E voi ca seti?”.
Laicu, ormai al sicuro, si fece riconoscere.
Era ormai anziano ed aveva una vecchia cicatrice ben visibile.
Anche Santino Ragnedda, dello stazzo di Carrabinu in San Giovanni, raccontava che alla fine della seconda guerra mondiale aveva ospitato un certo Sebastiano Conciatori, soprannominato Mazza di Tegghja, proveniente dallo stazzo di Truicini.
Il Conciatori, che da giovane aveva conosciuto il Roglia, gli confidò che nel 1946, durante la festa di Santu Santinu in territorio di Sant’Antonio di Gallura, vide e riconobbe Laicu, ormai vecchio.
Era venuto alla festa per cercare una determinata persona.
Trovatala, dopo un breve colloquio, salutò e partì.
La stessa notizia fu confermata da una cugina del bandito, Nicoletta Roglia di Telti, da Antonio Pisutu e da Giovanni Fresi Roglia, secondo i quali il bandito si sarebbe sposato in America ed i figli ed i nipoti sarebbero venuti più volte a Telti.
Alcuni vecchi di Olbia affermavano di aver incontrato, alla fine dell’ultima guerra mondiale, un ufficiale americano il quale dichiarò di essere figlio di Laicu Roglia.
Anche Gavina Marras, (1899 – 1979) raccontava che il nonno, Giovanni Fresi, noto Roglia, dopo avere ospitato il cugino Laicu Roglia per l’ultima volta, lo aiutò a fuggire. Secondo lei il nonno lo avrebbe accompagnato a Golfo Aranci presso i Tamponi che, con la complicità del capitano di un veliero lo avrebbero imbarcato per l’America.
I carabinieri avrebbero simulato un’imboscata e carbonizzato il corpo di un mendicante.
Giovanni Fresi ripeteva spesso al nipote, Giovanni Marras, che prima di morire, gli avrebbe confidato un grande segreto.
Tutti i parenti sono convinti che si doveva trattare della fuga di Laicu Roglia in America.
Bartolomeo Pileri (Russu) nella sua opera poetica sostiene quello che è la convinzione popolare: che Laicu Roglia sia fuggito in America.
Anche il noto poeta teltese Cuccheddu, dopo aver invitato la sua gente a piangere il suo eroe trucidato barbaramente, lascia supporre l’ipotesi di una sua possibile fuga, quando canta:
“Laicu sta moltu o sia’iu
Lu Signori ni dia nuttizia”.
In una lettera del 7 agosto 1896, (che si trova nell’archivio parrocchiale di Arzachena), Domenica Geromino, di Arzachena, scrivendo al marito, Giacomo Cudoni, che si trovava nel carcere di Pianosa per l’omicidio del cognato, un certo Bisagna, lo informa anche della morte di Laicu Roglia.
“Ti faccio sapere che il famoso latitante Laicu Roglia è stato morto (sic) a tradimento da un suo compagno di Luras…
Dell’uccisione fu incolpato un certo Giovanni Maria (Pala Addis) Chirigoni”.
La sua fine, anche oggi, è circondata dal mistero.
Secondo Francesco Ricci, infatti, il bandito fu ucciso il 20 maggio 1896, mentre è opinione comune che Laicu sia emigrato in America.
Si sa come nascono i miti nel tempo.
Con il passare degli anni, Laicu Roglia entrò nella leggenda, nell’immaginario dei galluresi e si diffuse la convinzione che fosse fuggito in America. La fama di essere imprendibile, il mito dell’eroe invincibile ha, forse, convinto i galluresi che il loro Laicu sia fuggito in America.
Ma tante testimonianze, la lettera di Domenica Geromino in data 7 agosto 1899, il battesimo di Paolo Asara nel 1899, di cui Laicu era probabile padrino, lasciano molti dubbi sulla fine di Laicu, voluta dalle autorità ufficiali di allora.
Rimane unanime e popolare in Gallura, dopo tanti anni, il ricordo e la stima verso Laicu Roglia, il bandito galantuomo.
Nello stazzo di Mirialvera, Simplicio Fresi conservava un soffietto ricavato con la canna del fucile di Laicu:
Rimangono, immortali i versi di Cuccheddu, il poeta di Telti, che compose per la morte del bandito “giusto” e che si riportano nella sezione delle poesie.
Brano tratto dal libro di Don Francesco Cossu " L'ospitalità in Gallura "